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La danza dei daini


Seduti ai tavolini di un barettino su una provinciale dell’Appennino Modenese, ridevamo, parlavamo, ci osservavamo e stando in ascolto, lasciavamo fluire nei nostri occhi, sulla nostra pelle, nel profondo del nostro corpo quell’esperienza che si era appena conclusa, ma che aveva aperto una porta di una forma nuova che lasciava intravedere possibilità di esperienze da costruire ed attraversare.




La prima tappa “strutturata” del progetto Gaia la Nuova Umanità si era offerta a noi che l’avevamo pensata e in parte anche scoperta con sorpresa. Nonostante fosse agosto c’era stato freddo li in montagna e la pioggia aveva accompagnato i nostri giorni, svegliandoci di notte per l’intensità del temporale mentre dormivamo nel bosco nel lambire della piccola e bella cascata del Bucamante.


Li seduti ai nostri tavolini di alluminio, con le pubblicità di plastica adesive che iniziavano a sbocconcellarsi, le nostre unghie erano ancora sporche di terra e ci faceva anche freddo e tutti abbiamo condiviso ciò che avevamo per riscaldarci e per mantenere aperti quei sorrisi che tutti avevamo negli occhi e sulla bocca.

Stavamo per lasciarci, ognuno di noi da quel momento sarebbe tornato a casa in direzioni e vite diverse, Un fiore con tutti i suoi petali che avrebbe preso una sua strada partendo dallo stesso centro di vissuto.


Nel bosco in quei giorni, avevamo cominciato a capire come è lo stare cercando di ridurre le comodità, gli oggetti, le sovrastrutture che invece popolano densamente le nostre vite. Era la prima volta che cominciavamo a provare l’esperienza della condivisone, emozioni che passavano da un pensiero che ancor non era ben chiaro ma comunque molto determinato a scavare e a farci scoprire possibilità interiori dell’ascolto, del guardare. C’eravamo aperti alla disponibilità di assorbire e lasciare fluire.




La mattina io e altre persone siamo andati nel bosco per raggiungere Fabio, Antonio Valeria e Pascio, che, invece, erano rimasti per alcuni giorni nel bosco senza rientrare alla “base”: una casa di un micro borgo di campagna semplice ma confortevole.


Io nel bosco ci sono stata solo alcuni giorni, ero un’iniziatica allora e la comodità del letto ampio della casa base mi aveva richiamata rassicurandomi e dicendomi: Lucia un passo alla volta, ma cammina.


Svegli molto presto siamo andati nel bosco a vivere e a partecipare l’azione che era stata preparata per noi. Pioveva una pioggia fine, il bosco era avvolto nella nebbia, gli abiti estivi bagnati si sono raffreddati velocemente, la sensazione era strana perché nonostante il freddo il mio corpo lasciava andare vapore caldo.


Emozionata: Fabio il mio caro allievo, Antonio e Valeria che cominciavo a conoscere meglio e a volergli bene, ci stavano accogliendo in un’esperienza che aveva tracce concrete e anche improvvisate di potente coinvolgimento.


Un’esperienza da raccontare agendo con il mio terzo occhio, che si manifesta, a volte, attraverso uno strumento tecnico che è la macchina fotografica. Sento il respiro accellerare, il cuore batte forte e gli occhi guardano intensamente trattenendo sensazioni dense di odori, di suoni, di attese, di scoperte. Narra tutto questo mi dico, trova il modo di prendere e dare tutto quello che arriva, fai la tua parte, racconta.



Continua a piovere quella pioggia fredda, ma non la percepiamo più.


Siamo entrati nel ruscello ai piedi della cascata, un fuoco di legna bagnata riscalda le emozioni, i corpi nudi iniziano ad agire nell’acqua gelida della cascata, sulla terra bagnata, il verde squillante del bosco crea un coro di colori che rende l’aria più tiepida. Ho in testa una musica che però non c’è fuori, è mia totalmente, mi aiuta a trovare il ritmo del mio guardare.


Segui i corpi, i loro movimenti, la loro narrazione mi dice quella musica, guarda a fondo. Inizio la mia danza di sguardi nascosta tra i rami cercando di trovare un’intimità più profonda che si relaziona con la loro. Guardo in macchina ma anche molto tenendo la macchina giù ferma, inerte.


Ho bisogno di ascoltare le emozioni di assorbirle. Tutto si svolge fluido ma anche esplorativo, per me e per loro.




C’è una traccia condivisa a monte, ma c’è soprattutto fare esperienza del momento, del contesto, della relazione, dello stare.


La pioggia ci ha bagnati completamente ma la pelle è calda, pulsa.

Valeria entra nel laghetto che si è formato ai piedi della cascata e un raggio di sole squarcia le nuvole e la bagna di una luce folgorante. Dura dieci secondi e poi si richiude, ma quella luce c’è stata e l’abbiamo attraversata.


Dopo pochi minuti si chiude l’azione e ci ritroviamo tutti in silenzio, sorridenti, abbracciandoci e coprendo i corpi con le coperte.

Ci guardiamo, siamo commossi e felici, stiamo imparando a conoscerci, a donarci.

L’alluminio con la plastica dei tavolini è freddo, le nostre parole e le nostre risa agitano l’aria fresca del tardo pomeriggio; alzo lo sguardo e un’epifania mi sconvolge gli occhi: “ragazzi guardate là nella radura, i daini stanno correndo e danzando”.


La magia ci riempie di allegria e di stupore: una mezza decina di daini corrono allegramente, saltano e danzano al di là della provinciale attraversata da numerose macchine e camion. Loro allegri, liberi, leggeri, quasi a salutarci e a condividere con noi quelle emozioni che ci hanno fatto sentire corpo unico, partecipato.


Grazie!






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